VIA: nuovi decreti legislativi

logo minAmbienteLe nuove norme modificano l’attuale disciplina della “Verifica di assoggettabilità a Valutazione di impatto ambientale (VIA)” e della stessa VIA, al fine di recepire fedelmente la direttiva, di efficientare le procedure, di innalzare i livelli di tutela ambientale, di contribuire a sbloccare il potenziale derivante dagli investimenti in opere, infrastrutture e impianti per rilanciare la crescita sostenibile, attraverso la correzione delle criticità riscontrate da amministrazioni e imprese.
Il Consiglio dei Ministri n. 16 del 10 Marzo 2017, ha approvato cinque decreti legislativi che introducono misure necessarie all’attuazione e all’adeguamento della normativa nazionale a direttive o regolamenti europei.

Nello specifico, tra gli elementi maggiormente significativi della riforma, si segnalano i seguenti:

-la facoltà per il proponente di richiedere il rilascio di un “provvedimento unico ambientale”

-la riduzione complessiva dei tempi per la conclusione dei procedimenti

-una norma transitoria che consenta al proponente di richiedere l’applicazione della nuova disciplina anche ai procedimenti pendenti

- una nuova definizione di "impatti ambientali" che comprende anche gli effetti significativi, diretti e indiretti, di un progetto sulla popolazione, la salute umana, il patrimonio culturale e il paesaggio;

- l’eliminazione per il proponente dell’obbligo, nella verifica di assoggettabilità a Via, di presentare gli elaborati progettuali: per la fase dello “screening” sarà sufficiente uno studio preliminare ambientale, come previsto dalla normativa europea;

- nel caso di modifiche o estensioni di opere esistenti, la possibilità di richiedere all’autorità competente un “pre-screening”

- la riorganizzazione del funzionamento della Commissione VIA

- l’introduzione di regole omogenee per il procedimento di VIA su tutto il territorio nazionale;

- la completa digitalizzazione degli oneri informativi a carico dei proponenti.

ISS: Rapporto Piante geneticamente modificate

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Le biotecnologie potrebbero dare un contributo per il recupero di varietà vegetali a rischio di estinzione. Secondo l’analisi portata avanti dall'Istituto Superiore di Sanità, tutte le piante geneticamente modificate vanno valutate caso per caso.
Il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità “Piante geneticamente modificate: queste sconosciute?” analizza lo stato attuale delle conoscenze scientifiche su questi organismi, sia per quanto riguarda la sicurezza d’uso che il loro rilascio nell’ambiente.
Secondo l’analisi portata avanti dall’ISS, tutte le PGM vanno valutate caso per caso confrontando tra loro le stesse varietà agrarie di piante prodotte con l’ingegneria genetica, con quelle usate nell’agricoltura convenzionale e nell'agricoltura biologica.
Ad oggi, in letteratura, non si riscontrano effetti negativi per la salute umana derivanti dal consumo di alimenti GM, mentre dal punto di vista dell’impatto ambientale, l’uso di PGM resistenti agli erbicidi ha favorito la nascita di piante infestanti resistenti agli stessi.
A fronte di queste osservazioni, lo studio afferma che la convinzione che esista incompatibilità tra la produzione di alimenti tipici di qualità e la coltivazione di PGM non è del tutto corretta dato che l'uso delle biotecnologie potrebbe dare un contributo decisivo per recuperare varietà vegetali a rischio di estinzione e produrre nuove varietà interessanti dal punto di vista nutrizionale o ambientale.

Scarica il rapporto

Ministero ambiente: Rapporto del Dialogo Nazionale dell’Italia per la finanza sostenibile

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Il Rapporto "Finanziare il futuro" frutto del Dialogo nazionale dell’Italia per la finanza sostenibile è stato presentato il 6 febbraio alla Banca d’Italia e analizza l’opportunità strategica di riorientare il sistema finanziario italiano in modo da sostenere la transizione verso un modello di sviluppo a bassa intensità di carbonio, inclusivo e sostenibile.
Al Dialogo hanno contribuito le istituzioni finanziarie e i soggetti protagonisti del mondo della finanza. Il Dialogo è stato promosso dal Ministero dell’ambiente in collaborazione con il Programma Ambientale delle Nazioni Unite (UNEP).
Dal Rapporto emerge che l’Italia si trova di fronte all’opportunità strategica di riorientare il proprio sistema finanziario in modo da sostenere la transizione verso un modello di sviluppo a bassa intensità di carbonio, inclusivo e sostenibile.
Alla conclusione del rapporto vengono indicate 18 azioni specifiche, articolate in quattro aree: quadro delle politiche; innovazione finanziaria; infrastrutture di mercato; creazione di conoscenze.

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Legambiente: Rapporto cave 2017

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Il Rapporto Cave di Legambiente effettua un monitoraggio della situazione delle attività estrattive, e scatta una fotografia puntuale sui numeri e gli impatti economici e ambientali, delle regole in vigore nelle diverse Regioni, individuando anche le opportunità che esistono puntando sull’economia circolare.
La sfida dell’economia circolare riguarda anche il mondo delle attività estrattive, perché è possibile ridurre il prelievo di materiale e l’impatto delle cave nei confronti del paesaggio, dare una nuova vita ad una cava dismessa e percorrere la strada del riciclo degli aggregati. Nella Penisola si continua a scavare troppo e con impatti devastanti sull’ambiente (dalle Alpi Apuane alle colline di Brescia, da Trapani a Trani) e la strada del riciclo, malgrado la spinta delle Direttive europee, è ancora molto indietro.
Riguardo il materiale cavato, emerge che la Lombardia è la prima regione per quantità cavata di sabbia e ghiaia, con 19,5 milioni di metri cubi estratto. Seguono Puglia (con oltre 7 milioni di metri cubi), Piemonte (4,8 milioni), Veneto (4,1) ed Emilia-Romagna con 4 milioni circa.
Legambiente sottolinea anche un grave problema: la mancanza di piani cava in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Calabria, Pr. Bolzano, Basilicata e Piemonte (dove sono previsti Piani Provinciali), mentre nella maggior parte delle Regioni sono inadeguati i vincoli di tutela e mancano obblighi di recupero contestuale delle aree.

Scarica il Rapporto cave 2017

Regione Veneto: Studio esiti contaminazione da PFAS

Comuni PFAS

Sono stati resi pubblici i lavori commissionati dalla giunta della Regione Veneto e relativi allo "Studio sugli esiti materni e neonatali in relazione alla contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)"
Il documento, predisposto e consegnato nel mese di settembre 2016 alla regione Veneto, fino a gennaio 2017 non era stato reso pubblico, né consegnato ai consiglieri regionali. La pubblicazione dello stesso è avvenuta solamente in seguito ad alcune recenti indiscrezioni della stampa locale. L'indagine è stata condotta dal «Registro Nascita – Coordinamento Malattie Rare Regione Veneto». 
L'attenzione dello studio è stata rivolta maggiormente al confronto dei dati tra i comuni in cui si è registrata la massima esposizione ai Pfas. L'area maggiormente colpita dall'inquinamento da Pfas riguarda i seguenti comuni delle province di Vicenza e Verona: Albaredo D'Adige, Alonte, Arcole, Asigliano Veneto, Bevilacqua, Bonavigo, Boschi Sant'Anna, Brendola, Cologna Veneta, Legnago, Lonigo, Minerbe, Montagnana, Noventa Vicentina, Poiana Maggiore, Pressana, Roveredo di Gua’, Sarego, Terrazzo, Veronella, Zimella. Inoltre, si sono analizzati anche gli altri comuni in cui si è registrata un'esposizione ai Pfas superiore a quella indicata come limite di sicurezza dall'Istituto superiore di sanità ed i comuni a questi confinanti. Tali dati sono stati confrontati con quelli della regione Veneto presi globalmente e per singole macroaree. 
Dall'esame delle schede di dimissione ospedaliera, considerando la presenza di specifiche patologie, è emerso che le madri dell'area interessata hanno avuto un rischio più elevato di preclampsia (4,46 per cento versus 3,6 per cento) e di diabete gestazionale (5,35 per cento versus 3,13 per cento), maggiore del Veneto nell'insieme, ma anche di tutte le altre aree se considerate separatamente;
Dal 2003 al 2013, nell'area interessata da Pfas, la prevalenza di SGA (piccoli per età gestazionale) è più elevata (3,6 per cento e 3,5 per cento) rispetto a tutte le altre aree indagate e quindi del Veneto (3 per cento e 2,9 per cento). Solo nell'ultimo biennio (dopo l'utilizzo dei filtri per gli acquedotti), nella stessa area, la prevalenza di SGA subisce un decremento, raggiungendo valori sovrapponibili alla media del Veneto (3,1 per cento).
Sul tema è in programma un'interrogazione parlamentare da parte dell'On. Sbrollini che si terrà venerdì 3 febbraio alle 9.30 presso la Commissione Affari Sociali.

Scarica documento "Studio sugli esiti materni e neonatali in relazione alla contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas)"